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Scoperti i quasar più antichi dell’universo: immagini e dettagli sui giganti a 670 milioni di anni dopo il Big Bang

A 670 milioni di anni dalla nascita dell’universo, due quasar brillavano già con intensità sorprendente. Sono le luci più antiche mai osservate finora, provenienti da un’epoca in cui tutto era ancora agli albori: le prime galassie si stavano appena formando e il cosmo muoveva i suoi primi passi. Questi oggetti, lontani nel tempo e nello spazio, raccontano una storia di crescita rapidissima e misteriosa. E ora, gli scienziati si trovano di fronte a una domanda pressante: come è stato possibile che fossero così giganteschi e luminosi in un tempo così breve?

Quasar da record: una finestra sull’universo primordiale

I quasar sono nuclei galattici attivi, alimentati da buchi neri supermassicci che risucchiano materia a ritmi impressionanti. Quando il materiale cade, si riscalda fino a diventare una sorgente di luce potentissima, visibile a distanze enormi. Scoprire due quasar a soli 670 milioni di anni dopo il Big Bang significa guardare quasi all’alba del tempo cosmico, ben prima che l’universo raggiungesse il miliardo di anni.

La scoperta è arrivata grazie ai telescopi più potenti di oggi, capaci di osservare in varie lunghezze d’onda, dal visibile all’infrarosso. Il vero ostacolo è stato intercettare segnali così deboli e lontani, spesso nascosti nel rumore di fondo dello spazio. Gli scienziati hanno dovuto mettere in campo tecniche di analisi molto raffinate per isolare queste gemme rare. Un risultato che apre la strada a nuovi studi su come i buchi neri si siano formati e sviluppati nelle prime fasi dell’universo.

Cosa cambia la scoperta sulla formazione delle galassie

Trovare quasar così antichi mette in discussione molte idee su come si siano evoluti gli oggetti cosmici. I buchi neri supermassicci alla base dei quasar sono sempre stati un mistero, difficili da spiegare senza ipotizzare una crescita molto rapida o fusioni tra buchi neri più piccoli. Avere questi giganti già in azione così presto suggerisce che l’universo giovane offriva condizioni particolarmente favorevoli.

Significa anche che le prime galassie ospitavano nuclei attivi estremamente potenti, un dettaglio che cambia parecchio le nostre ipotesi sull’evoluzione iniziale delle galassie e sulle dinamiche della materia oscura, che ha un ruolo chiave nell’aggregazione della materia normale. Oggi gli astronomi stanno rivedendo modelli e simulazioni, cercando di mettere insieme i pezzi di questo nuovo puzzle.

Dietro le quinte: come si osservano i quasar lontani

Per studiare quasar così remoti servono strumenti tecnologici all’avanguardia e metodi di ricerca precisi. Si usano satelliti e telescopi a terra equipaggiati con spettrografi capaci di analizzare la luce su molte lunghezze d’onda. Oltre all’infrarosso, si sfruttano anche le onde radio per captare segnali provenienti dal gas ionizzato intorno ai buchi neri.

Combinando dati spettroscopici e immagini ad alta risoluzione, si riesce a calcolare distanza, massa dei buchi neri e stimare l’età e la quantità di materia inghiottita. Spesso dietro queste scoperte ci sono collaborazioni internazionali che condividono dati e utilizzano potenti calcolatori per simulare i processi fisici alla base dell’evoluzione dei quasar.

Questi progressi fanno parte di una corsa senza sosta per esplorare l’universo primordiale e capire l’origine della materia che oggi vediamo nel cielo notturno. Ogni nuovo quasar individuato a distanze sempre maggiori aggiunge un pezzo a questo grande mosaico cosmico.

I risultati diffusi nel 2024 segnano un passo importante per l’astrofisica, aprendo nuovi scenari da approfondire su come le prime grandi strutture abbiano plasmato la storia dell’universo.

Redazione

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