Le modelle di oggi appaiono più robuste rispetto a trent’anni fa. È un dato concreto, confermato da un recente studio pubblicato su PlosOne. Ma questa apparente evoluzione nasconde una realtà meno scontata: la tanto decantata diversità nelle forme sembra ancora lontana dall’essere raggiunta. Le passerelle, insomma, non hanno ancora rotto del tutto gli schemi tradizionali. La ricerca smonta alcune convinzioni comuni, mettendo sotto la lente la vera varietà dei corpi che calcano i palcoscenici della moda.
Per capire come si è evoluto il mondo della moda, bisogna guardare all’ultimo trentennio. Negli anni ’80 e ’90 la regola era una sola: modelle estremamente magre, con misure quasi irraggiungibili per la maggior parte delle donne. Questi canoni erano la norma e dominavano le passerelle.
Con il passare del tempo, la società ha iniziato a criticare quei modelli, segnalando i rischi legati a standard troppo rigidi, come disturbi alimentari e pressione psicologica. A partire dagli anni 2000, alcune agenzie e stilisti hanno provato a far spazio a figure un po’ più “rotonde”, anche se sempre entro limiti molto stretti. Il dibattito si è acceso, tra responsabilità sociali e scelte di mercato.
Lo studio su PlosOne ha passato al setaccio migliaia di foto di modelle scattate negli ultimi trent’anni, esaminando le misure o stimandole attraverso le immagini. È emerso che, in media, l’indice di massa corporea delle modelle è salito rispetto al passato: oggi sono meno magre rispetto al 1993.
Ma l’aumento è piccolo, quasi marginale, e non basta a parlare di una reale diversificazione dei corpi in passerella. Anche se qualche modella esce dai canoni più estremi, la maggior parte resta su standard molto simili, dettati da un’idea di eleganza e fascino piuttosto rigida.
Il dato più chiaro? Le modelle con taglie più grandi non sono diventate una presenza fissa, ma piuttosto un’apparizione sporadica, spesso legata a qualche campagna pubblicitaria isolata. Insomma, il settore continua a fare fatica a tradurre in pratica le parole sulla diversità.
Questi standard di bellezza che passano in passerella finiscono per influenzare l’idea comune di quale corpo sia “accettabile”. La moda, in questo senso, manda un messaggio forte su cosa è normale o desiderabile.
Il problema è che questa visione ristretta può alimentare disturbi alimentari, bassa autostima e disagio con il proprio corpo, soprattutto tra le giovani. Le ragazze tendono a confrontarsi con le immagini che vedono e spesso la bilancia non torna.
La mancanza di modelli più vari e rappresentativi rende più difficile abbracciare una bellezza che includa realmente tutte le forme, rallentando un cambiamento culturale tanto atteso.
Di fronte a questi dati, il mondo della moda ha davanti una sfida importante. Cambiare davvero significa rivedere come si scelgono le modelle e quali fisici si decidono di mostrare. L’inclusione non può essere solo un’eccezione, ma deve diventare la norma.
Qualche brand ha già iniziato a puntare su modelle plus size e taglie diverse, cercando di rompere vecchi schemi e proporre un’idea di eleganza più ampia. Ma resta ancora molta strada da fare, perché bisogna trovare un equilibrio tra mercato, estetica e responsabilità sociale.
Il cambiamento richiede uno sforzo comune, tra stilisti, agenzie, media e pubblico, per costruire un’immagine della moda più inclusiva e libera da regole rigide. Studi come quello pubblicato su PlosOne sono fondamentali, perché danno dati concreti e aiutano a capire dove si è e dove si può andare.
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