Audizione del procuratore generale della Corte d’Appello di Milano Roberto Alfonso

COMUNICATO STAMPA

Roma, 20 febbraio 2019 – La Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati questo pomeriggio ha audito il procuratore generale della Corte d’Appello di Milano Roberto Alfonso.

Alfonso ha tracciato un quadro generale dell’attività inquirente nel distretto di sua competenza sul fenomeno dei roghi: «Al momento si contano 13 procedimenti presso la Dda di Milano, di cui dieci sono ancora nella fase delle indagini preliminari. Per almeno due è in corso la stesura delle richieste di misure cautelari. In tre procedimenti, riguardanti fatti molto gravi, c’è stato rinvio a giudizio, sono già state applicate le misure cautelari. Su 13, dieci riguardano fatti del 2018: significa che il fenomeno diventa sempre più grave, continua e si ripete sempre più spesso. Da qui la necessità di una maggiore attenzione e sempre più costante».

Alfonso ha dato maggiori dettagli rispetto a quanto aveva dichiarato a gennaio in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, quando aveva parlato dell’ipotesi di un’unica regia dei roghi e della presenza in una parte dei roghi di rifiuti provenienti dalla Campania. «Il dato anomalo che ha incuriosito chi sta indagando è l’inversione di tendenza nei flussi. In molti casi la provenienza dei rifiuti è campana: la Dda ha individuato l’imprenditore campano, sa chi è, lo sta seguendo nelle indagini. Così come sa i nomi e i cognomi di alcuni ‘ndranghetisti che sono dietro ad alcuni di questi incendi», ha spiegato Alfonso. «Le indagini portano gli inquirenti a dire che a loro giudizio c’è una regia unica, perché probabilmente ci sono stesse società che ricorrono in più parti, o ci sono società nelle cui compagine societarie c’è una stessa persona fisica». Sul tipo di impianti coinvolti nei roghi, Alfonso ha dichiarato: «In questi procedimenti in alcuni casi le attività svolte non corrispondono a quelle autorizzate, in altri casi l’autorizzazione non c’è proprio. Spesso non sono aziende vere e proprie: si usano capannoni dismessi da tantissimi anni, si riempiono di rifiuti, anche urbani, e poi invece di smaltirli gli si dà fuoco e lo smaltimento è stato più rapido e più conveniente economicamente». Inoltre, «in alcuni siti sono state trovate tracce di incendi già compiuti tempo fa: segno che lì non solo si depositavano rifiuti, ma che ogni tanto si bruciavano». Il procuratore generale si è anche soffermato sull’importanza di coordinamento delle attività di indagine: «Mezza prova a disposizione di una procura e mezza prova a disposizione di un’altra procura portano a due archiviazioni. Unificando le due metà e giungendo a un elemento di prova arriviamo a due risultati positivi da parte di due procure diverse. Questa è la logica che spinge al coordinamento delle indagini. Ecco perché domani ho organizzato una riunione per redigere un protocollo d’intesa tra tutti i procuratori del distretto di Milano, perché si possano trovare delle indicazioni interpretative comuni, delle linee guida, uno scambio di informazioni e se necessario l’invio di atti di indagine per consentire a tutte le autorità giudiziarie di portare a risultato le loro indagini». Un coordinamento c’è anche tra la Dda di Milano e quella di Torino: «Ci sono stati incendi in Lombardia e in Piemonte che hanno indotto le due Dda a riunirsi e trovare punti in comune tra le indagini. Si ripetono i nomi delle società, si capisce che il fenomeno ha una regia e che può essere collegato a una serie di aziende interessate allo smaltimento di rifiuti», ha detto Alfonso.

«Analizzeremo il fenomeno degli incendi anche attraverso i dati degli organi inquirenti, compresa la Dda di Milano a cui chiederemo maggiori dettagli. Ci tengo a sottolineare che per il contrasto dei roghi di rifiuti, accanto ai controlli e alla repressione, è anche necessario creare una filiera del recupero di materia attraverso una sinergia tra Governo, Parlamento e imprese. Tra le tipologie di rifiuto che prendono fuoco più di frequente, infatti, ci sono proprio gli scarti plastici che la Cina non vuole più e che qui non trovano ancora un’adeguata filiera industriale di riciclo», ha dichiarato il presidente della commissione Ecomafie Stefano Vignaroli.

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