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Abiti usati: mafia e flusso Comuni-Caritas

Le inchieste della Direzione Nazionale Antimafia e delle Direzioni Distrettuali Antimafia hanno fatto emergere situazioni illecite circa il mercato italiano degli indumenti usati da parte dei clan camorristici e un loro sostanziale controllo dei due distretti economici del settore (Ercolano/Resina e Prato Montemurlo). La principale destinazione dell’export italiano è Tunisi.

In Italia milioni di cittadini donano in buona fede i loro indumenti usati nei contenitori gialli o nelle parrocchie pensando che servano a fini solidali perché persuasi dal prestigio della Caritas Ambrosiana. In realtà, nel caso dei contenitori gialli, le Caritas concedono il marchio in cambio di pochi spiccioli a enti che si dedicano alla raccolta e alla rivendita a basso costo degli abiti (spesso sono cooperative sociali che impiegano soggetti svantaggiati); nel caso di quanto viene raccolto in parrocchia, invece, le Caritas tendono a rivendere gran parte del raccolto agli stessi intermediari che comprano gli abiti delle cooperative sociali. In entrambi i casi, sono gli attori successivi della filiera a ottenere i maggiori guadagni dalla gestione e commercializzazione degli indumenti; chi li dona non si immagina di certo che vengano utilizzati soprattutto a fini di lucro e che alle azioni solidali venga destinata solo una quota molto esigua del valore ricavato. Ma il problema non è solo questo: gli imprenditori che lucrano sugli indumenti usati non sono, infatti, imprenditori normali. In buona parte dei casi si tratta di mafiosi.

Riassumendo, il primo anello della filiera sono le cooperative e le parrocchie che raccolgono quanto donato dai cittadini volenterosi; il secondo anello sono gli intermediari che dovrebbero selezionare e igienizzare gli indumenti ma che spesso, come dimostrano le inchieste, si rendono colpevoli di gravi crimini ambientali e che sono corresponsabili del dramma della terra dei fuochi; il terzo anello sono grossisti che classificano gli indumenti e creano lotti che vengono venduti al mercato nazionale (soprattutto dettaglianti ambulanti) o internazionale (con grossi flussi verso la Tunisia, usata come scalo per i flussi di contrabbando diretti ad Algeria e Marocco); poi anche questi indumenti vengono distribuiti a dettaglianti ambulanti.

Nell’intera catena di valore c’è l’ombra della criminalità organizzata, che oltre agli illeciti già menzionati, usa il commercio degli indumenti anche per riciclare il denaro del narcotraffico e, probabilmente, della prostituzione. L’economia mafiosa degli indumenti si muove sull’asse Prato-Ercolano-Tunisi, dove si concentrano le imprese che stoccano e smistano gli indumenti; ma l’origine di tutto è la diffusione capillare del sistema di raccolta su tutto il territorio italiano. Questa sconvolgente verità è presentata senza mezzi termini dal Rapporto Nazionale Antimafia del 2013, dove si legge che:  “buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà, finiscono per alimentare un traffico illecito dal quale camorristi e sodali di camorristi traggono enormi profitti”. Com’è possibile che di fronte a dichiarazioni tanto gravi nessuno si sia ancora occupato di combattere il fenomeno alla radice chiedendone conto a chi concretamente mette la faccia di fronte ai cittadini e di fronte ai Comuni e agli altri enti che affidano il servizio di raccolta stradale degli abiti usati? Il problema, probabilmente, è che per andare alla radice delle filiere mafiose degli indumenti occorre andare a smuovere un infinità di equilibri territoriali, mettendo in discussione l’onorabilità non solo di tante cooperative sociali ma dello stesso sistema Caritas. Emblematico il caso di Vesti Solidale di Milano, cooperativa storicamente legata alla Caritas Ambrosiana, che negli ultimi anni ha destinato sistematicamente gli abiti raccolti a partner commerciali come Tesmapri (con tanto di logo sui contenitori gialli gestiti dalla cooperativa) e Nuova Tessile Pezzami, entrambe coinvolte in inchieste sulla mancata selezione e igienizzazione. Di Tesmapri, in particolare, va messo in evidenza lo storico legame con il noto camorrista Vincenzo Ascione, conosciuto nell’ambiente della malavita come “Babbalaccone”, attivo da tanti nella zona di Prato e ora latitante in Tunisia.

L’Espresso ha pubblicato il 28.06.2017 un articolo in cui si sottolinea  che <<Nella compagine societaria dell’impresa di Montemurlo c’è stato anche l’ercolanese Giovanni Borrelli, imputato anche di avere avuto ruoli in imprese in odore di camorra come mette a verbale il deputato Stefano Vignaroli durante l’audizione in commissione Ecomafie del presidente del consorzio nazionale abiti e accessori usati, Edoardo Amerini>>; e che <<Tesmapri ha tra i suoi partner commerciali la società pratese ora in liquidazione Eurotrading International, guidata da Ciro Ascione, figlio di Vincenzo Ascione, entrambi indagati anche nell’inchiesta della Dda di Firenze. Quest’ultimo, originario di Torre del Greco e procuratore speciale della ditta di famiglia, è considerato dagli inquirenti «in collegamento d’interesse» con il clan Birra-Iacomino. È stato condannato all’ergastolo e poi assolto nel 2004 per l’omicidio di Ciro Cozzolino. Un pentito lo ha di nuovo accusato nel 2009, ma non poteva essere processato di nuovo per lo stesso reato. Oggi Vincenzo Ascione è latitante in Tunisia, dove si occupa sempre del business degli abiti usati ed è stato condannato in primo grado insieme al figlio per usura ai danni di un autosalone del pistoiese>>.

Negli ultimi mesi i Carabinieri del Gruppo per la Tutela dell’Ambiente di Milano, in Lombardia, Piemonte, Liguria e Campania, in collaborazione con i Comandi Provinciali Carabinieri territorialmente competenti, hanno eseguito diversi provvedimenti cautelari, oltre a perquisizioni e sequestri di beni a carico di appartenenti a una strutturata organizzazione criminale attiva. Ancora tanto bisogna fare per smantellare questo sistema e tutelare chi vuole lavorare in trasparenza e legalità.

A tal proposito, oltre al lavoro svolto in Commissione Ecomafie, ieri ho depositato un’interrogazione ai Ministri dell’ambiente e dell’interno per chiedere quali elementi dispongano in relazione ai fatti sopra esposti e quali iniziative intendano assumere, per quanto di competenza, al fine di monitorare un fenomeno che coinvolge anche soggetti la cui buona reputazione induce i cittadini a donare gli indumenti.

 

Per chi volesse approfondire questo è l’articolo de: L’Espresso

 

 

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